Kataragama
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Kataragama

A poca distanza dallo Yala si trova Kataragama, città del santuario di Devalaya Ruhunu Maha Kataragam, che raggiungiamo quando ormai è buio. Siamo fortunati perché arriviamo in un momento particolare: è in corso una celebrazione in onore di Skanda-Murukan e il santuario è pieno di persone che portano offerte, intonano canti e svolgono riti molto suggestivi. All’ingresso del tempio ci sono numerose bancarelle che vendono le offerte per le divinità: si tratta di cesti stracolmi di frutta e un’infinità di fiori di loto di tutti i colori. Il santuario è uno spazio enorme all’aperto con una serie di piccole costruzioni, all’interno delle quali sono custodite le statue delle divinità e gli altari per le offerte. C’è una fiumana di gente, famiglie, anziani, donne in gruppo, tutti con indosso abiti da celebrazione. Assistiamo a diverse benedizioni da parte di officianti indù, a preghiere e canti.

Un forte baccano attira la nostra attenzione e in lontananza vediamo un gruppo di uomini e donne con strumenti musicali mai visti prima che si avvicinano con movimenti convulsi, suonando e cantando. Improvvisamente una donna cade a terra in uno stato di estasi, dimenandosi e urlando, completamente incurante di tutto quello che le succede intorno. Alcuni uomini del suo gruppo la raccolgono da terra e lei sembra riaversi, tanto che ricomincia a camminare e cantare come se nulla fosse successo.

Cediamo alla tentazione di far parte anche di noi di uno dei riti che si stavano celebrando nel santuario e ci avviciniamo a una nicchia con tanti fili colorati e un officiante che con un sorriso serafico ci invita a sceglierne uno. Scelgo il mio filo rosa e lo consegno all’uomo insieme a un obolo di qualche rupia: lui ringrazia con inchini e movimenti strani delle mani e poi inizia a intrecciare sul mio polso il filo cantilenando qualcosa di molto più che incomprensibile. Quando ha finito mi poggia un dito sulla fronte lasciandomi un tondino bianco di benedizione e inchinandosi per salutarmi.
Poco distante notiamo una donna intenta a svolgere un altro rito propiziatorio: davanti a lei un rettangolo recintato con tante noci di cocco ammucchiate. Lei è in piedi, vestita di bianco, con lunghi capelli neri raccolti in una semplice coda. Sul palmo delle mani tiene una noce di cocco e con gli occhi chiusi mormora qualcosa, probabilmente una preghiera. La noce di cocco viene incendiata con una torcia e con tutte le sue forze la donna la lancia nel rettangolo davanti a lei. La noce non si rompe e vediamo la donna allontanarsi con aria mesta e preoccupata. Chiediamo a Danu di che cosa si trattava. I sussurri della donna erano in effetti preghiere e richieste di buona sorte per sé o per i propri cari, auguri di buona salute o di fertilità o di successo in generale nella vita. Se la noce di cocco si rompe le preghiere verranno esaudite e ci sarà una buona sorte. Se resta integra è segno di cattivo auspicio e le preghiere non saranno ascoltate.

Un po’ dispiaciuti per la donna che non ha rotto la noce di cocco ci avviamo verso l’uscita e chiacchieriamo un po’ con Danu che ci spiega che quel santuario è un’importante meta di pellegrinaggio, vengono anche dall’India del Sud per pregare e fare offerte.
L’esperienza al santuario è stata una delle cose che più ha lasciato il segno in questo viaggio, per la potenza delle celebrazioni, per l’atmosfera quasi mistica e per la profondità con la quale le persone vivono la loro spiritualità. Stare in mezzo alla gente del posto, in un contesto non turistico visto che eravamo gli unici occidentali, poterli osservare e in qualche modo condividere con loro momenti così speciali è stato un momento toccante e indimenticabile.

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