Sri Lanka – fra spiritualità e piantagioni di tè
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Sri Lanka – fra spiritualità e piantagioni di tè

È chiamato “la lacrima dell’India” per la sua forma a goccia e per la sua posizione a sud dell’India, come se a un certo momento un pezzetto di terra abbia ben pensato di staccarsi dal continente indiano per diventare una cosa a sé, unica e diversa da tutto il resto del mondo.
È lo Sri Lanka, una volta isola di Ceylon, che giace oggi pacifico nel Mare delle Laccadive a ridosso del Golfo del Bengala, con il suo clima piacevole e il suo popolo sempre caloroso.
Il viaggio in Sri Lanka è stato per me il primo nel meraviglioso oriente ed è stata la porta di accesso giusta per iniziare a scoprire questa parte di mondo che ormai mi è entrata nel cuore. Un Paese tranquillo, ricco di bellezze naturali, di persone cordiali e di cibo prelibato che ti fanno quasi sentire a casa, ti mettono a tuo agio e ti danno la reale sensazione di essere in un’isola felice, dove il tempo scorre lento e si basa sulla luce del sole.
Gli abitanti dello Sri Lanka si chiamano cingalesi o singalesi, la moneta corrente è la Rupia, che ovviamente vale pochissimo rispetto all’Euro (1/187 circa) e tutti parlano più o meno male l’inglese. Come ex colonia inglese la guida è a destra e in diversi aspetti si nota l’influenza della dominazione passata, primo su tutti una forte tradizione nella produzione, lavorazione ed esportazione di tè di altissima qualità. Il credo religioso prevalente è il buddismo, seguito dall’induismo e con alcune minoranze islamiche e cristiane. Il tutto in un affascinante clima di coesistenza e commistione.
Il viaggio è lungo, un volo della Kuwait Air con scalo a Kuwait City e poi da lì alla volta di Colombo, la capitale dello Sri Lanka, per un totale di 13 ore abbondanti. Lo Sri Lanka è particolare anche per il fuso orario: un’ora e mezza avanti rispetto all’Italia. Strano, ho sempre pensato che il fuso viaggiasse con ore intere, ma qui no.
Colombo è una metropoli afosa e grigia, trafficata e coperta da una spessa coltre di smog. È la classica città cresciuta troppo in fretta e sottomessa al desiderio di stare al passo col modello occidentale della frenesia e del cosiddetto progresso. Per noi, fortunatamente, è stata una tappa veloce, giusto il tempo di uscire dall’aeroporto e incontrare il nostro autista e la guida, Danu.
Danu si presenta con un sorriso smagliante e un’ammirevole parlantina in un italiano sconnesso ammirevole, considerando che sono le 6 del mattino ed è ancora buio. Anche se il viaggio è stato lungo e anche se siamo decisamente provati, non c’è tempo da perdere: si inizia subito con la prima tappa.
Il nostro pulmino, un po’ sgangherato, ma tutto sommato accettabile e nel limite del confortevole si butta nel traffico folle della città che si sta risvegliando. Ci vuole del tempo ad abituarsi alla guida decisamente spericolata e alla totale assenza di regole, almeno all’apparenza. Le macchine arrivano agli incroci e inchiodano a pochi centimetri una dall’altra, tutti suonano all’impazzata e in qualche modo, in un momento che sembra totalmente casuale, qualcuno cede il passo e permette di procedere all’uno o all’altro mezzo. Quindi, con questa bizzarra modalità di procedere, percorriamo la strada che ci porta a Kosgoda dove ci aspetta la prima meravigliosa esperienza di questo viaggio.

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    02 Comments

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        gennaio 1, 2018 Rispondi

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