Wat Phrathat Doi Suthep
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Wat Phrathat Doi Suthep

Chiang Mai è una vera e propria culla di cultura, storia e tradizione. Capitale del nord della Thailandia, è una piccola oasi di pace per chi arriva dalla frenesia e dal caos di Bangkok. Anche se negli ultimi tempi sono stati attuate molte iniziative per incentivare il turismo, Chiang Mai conserva ancora il il suo fascino e resta un luogo tranquillo e deliziosamente informale.

Tra le tante bellezze che si possono godere in Chiang Mai spicca su tutte la grandissima quantità di templi buddisti disseminati praticamente per tutta la città.  E’ sufficiente passeggiare senza meta all’interno del quadrato per vederne tantissimi, piccoli, grandi, minuscoli, nascosti, tutti bellissimi e pieni di statue del Buddha.

I templi non si trovano solo in città. Uno fra i più famosi si trova a una quarantina di minuti fuori da Chiang Mai, praticamente a ridosso della giungla. Si tratta del Wat Phrathat Doi Suthep, anche detto semplicemente Doi Suthep. Affacciato sulla città dal suo trono montano è uno dei più sacri templi della Thailandia settentrionale. Con una mezza giornata libera è possibile raggiungere e visitare questo tempio, che non può mancare fra le tappe fisse di una visita a Chiang Mai.

Ci sono diverse soluzioni per raggiungere il Doi Suthep: si può prendere un taxi privato che vi aspetterà per qualche ora per poi riportarvi in città, chiamare un Uber oppure utilizzare un sonteo condiviso. Ogni soluzione ha una tariffa diversa e io ho scelto la più economica. Di fronte al Wat Phra Sing sono parcheggiati diversi sonteo che con circa 50 Baht raggiungono il tempio, aspettano un paio di ore e poi riportano in città. Unico problema di questa scelta è che la partenza viene garantita solo al raggiungimento di un minimo di 8 persone. Arrivata davanti al Wat Phra Sing mi attivo per cercare il mio sonteo condiviso. Trovo subito un simpatico signore che mi spiega che se voglio partire subito il costo è di 600 Baht andata e ritorno, se invece voglio pagare solo 50 Baht devo aspettare altre 7 persone. Sorrido e spiego al mio nuovo amico che non ho fretta e che preferisco aspettare per condividere la corsa. Mi armo di santa pazienza e spero che le doti di marketing dell’autista siano efficaci per raccattare qualcuno interessato a condividere il sonteo con me.

Dopo circa un’ora la situazione è stabile: io che aspetto e l’autista che continua a cercare altri passeggeri. Forse provando un po’ di pena per me, a un certo punto mi guarda e mi dice che se voglio mi porta per 400 Baht andata e ritorno. Ma ormai per me è diventata una questione di principio, quindi rifiuto gentilmente e continuo ad aspettare. A un certo punto si avvicina una coppia e chiede all’autista i prezzi per raggiungere il Doi Suthep. Gli viene spiegata la solita solfa: ti porto subito per 600 Baht, sennò c’è da aspettare altre persone. La coppia decide di aspettare e adesso siamo in tre seduti su un muretto ad aspettare che qualcun altro si unisca a noi. Passano altri trenza minuti senza che nessuno si fermi, l’autista quasi non ci prova nemmeno più a pubblicizzare il suo servizio e io comincio a perdere le speranze. Alla fine l’autista ci guarda, sospira e prende una decisione: “Vi porto in tre con 200 Baht a testa e un’ora e mezza di visita”. Ci guardiamo negli occhi e decidiamo di accettare e finalmente dopo quasi due ore di attesa monto sul sonteo alla volta del Doi Suthep.

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Usciamo dalla città e iniziamo la salita al Doi Suthep per un tragitto totale di circa quarantacinque minuti. Appena fuori da Chiang Mai il paesaggio cambia, iniziamo a vedere una rigogliosa vegetazione fatta di banani, frangipane e altri alberi dalle fronde verdissime, l’aria inizia a farsi più leggera e frizzante e il sonteo sembra fare parecchia fatica ad affrontare la strada in salita. Durante il tragitto scambio due chiacchiere con la coppia che viaggia con me: sono due ragazzi inglesi, lei biondissima e lui rossiccio, in vacanza qui da qualche giorno, mi raccontano di aver visto molte cose a Chiang Mai e di trovarsi davvero bene qui. Fra me e me penso a quanto sono fortunata ad avere la possibilità di fermarmi qui per un lungo periodo di tempo e vedere la bellezza di questo posto con tutta calma. Mentre ce la contiamo sulle innumerevoli attività che offre Chiang Mai e in generale la Thailandia, il nostro mezzo affronta improbabili curve a gomito e rumoreggia in modo preoccupante, ma per qualche strano motivo invece di preoccuparci ce la ridiamo di gusto e diamo per scontato che prima o poi raggiungeremo la nostra meta.

E così è: l’autista parcheggia in mezzo agli altri mille mila sonteo già presenti sul posto, ci indica la strada per il tempio ricordandoci che lui ci aspetterà giù esattamente fra 90′ e ci invita a fotografare la targa del mezzo in modo da poter ritrovare quello giusto al nostro ritorno.

Per raggiungere il tempio dobbiamo affrontare una scalinata di circa 350 gradini, alla base della quale troviamo il solito mercatino turistico con bancarelle che vendono campane tibetane, abbigliamento e souvenir di ogni tipo. I miei compagni di viaggio si fermano attratti come tutti i turisti dalla merce esposta, perfetta per i pensierini da portare al rientro. Decido di iniziare la scalata, conoscendo la mia poca prestanza fisica so che impiegherò diverso tempo per arrivare in cima, quindi meglio portarmi avanti col lavoro.

La scalinata ha gradini in mattoncini rossi, fortunatamente non particolarmente impegnativi, i corrimano sono costituiti da grossi serpenti mitologici colorati che seguono l’andamento dei gradini dando un bel senso di movimento. Il tutto è immerso nella vegetazione, il chè ci consente di percorrere la salita beneficiando di un po’ di ombra. Arrivati in cima paghiamo il biglietto di ingresso al costo maggiorato previsto per i Farang, togliamo le scarpe e accediamo alla zona interna del tempio.



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Il Doi Suthet è stato fondato nel 1383 dal re Ke Naone per custodire un frammento ossero del Buddha. Questa reliquia fu portata qui a Chiang Mai da un monaco nomade che proveniva da Sukhothai, Durante il tragitto la reliquia si ruppe in due pezzi: una parte è custodita nel Wat Suan Dox, mentre il secondo frammento venne legato sul dorso di un elefante bianco sacro che venne lasciato libero di girovagare a suo piacimento nella giungla. Il luogo che scelse per morire segnò il punto in cui venne fondato il tempio. Ogni anno nel mese di luglio in coincidenza con l’inizio dell’anno accademico le matricole della Chiang Mai University compiono il pellegrinaggio annuale al Doi Suthep per immergersi nello spirito della città che parrebbe risiedere nella montagna.

La prima sensazione che si ha accedendo al tempio è la forte predominanza dell’oro che ricopre praticamente tutto: statue, stupa e decorazioni varie delle strutture. All’interno di un cortile quadrato si trovano lungo tutti i lati del perimetro numerose statue del Bhudda, tutte d’oro poggiate su piedistalli colorati. Nell’area esterna spicca in modo quasi arrogante un grosso stupa completamente dorato che riluce ai raggi del potentissimo sole di dicembre. Al suo interno è custodita la reliquia e l’ombrello a cinque ordini che lo sormonta simboleggia la libertà della città dalla Birmania.

Vengo attratta da un rumore che proviene da dietro di me e che sembra il suono di una maracas e seguendolo mi dirigo a vedere di cosa si tratta. Arrivo di fronte a una piccola nicchia con all’interno una statua del Buddha e un paio di persone inginocchiate davanti che scuotono un contenitore cilindrico con all’interno tanti bastoncini. A furia di sbattacchiare il cilindro uno dei bastoncini cade in terra, la ragazza lo raccoglie e legge le incisioni che ci sono sopra per poi dirigersi verso una bacheca piena di bigliettini. Prende quello corrispondente all’incisione sul bastoncino, lo legge e si inchina a mani giunte di fronte la statua del Buddha. Si tratta di una sorta di rito propiziatorio in quanto quell’unico bastoncino che fra tutti cade a furia di scuotere il cilindro indica la risposta alla richiesta fatta durante il rito e che è contenuta nel corrispondente bigliettino. Sono tentata di farlo anche io, quando però mi accorgo che le risposte sui foglietti sono scritte in thai e quindi rinuncio.

Continuo il mio giro nel corpo centrale della struttura e all’interno di una zona chiusa del tempio noto un monaco che elargisce benedizioni in inglese ad alcuni fedeli inginocchiati di fronte a lui. In assoluto silenzio, quasi trattenendo il respiro per non fare il minimo rumore mi avvicino, mi inginocchio e mi becco pure la benedizione buddhista. Sarà la benedizione o più semplicemente il fatto di non sentirmi una turista, ma parte di un posto così meraviglioso, continuo il mio giro con il sorriso stampato in faccia come una bambina in un negozio di caramelle.

In cima a una scalinata si trova una splendida terrazza costellata di alberi del pane, piccoli templi, giardini di rocce e una enorme buganville. Da lassù si gode di una magnifica vista su tutta Chiang Mai, uno spettacolo incredibile grazie anche un cielo blu e terso che rende tutto ancora più perfetto. Fra i vari monumenti si trova anche una statua dell’elefante bianco che portò la reliquia oltre a immancabili statue del Buddha nelle diverse posizioni e in diversi materiali. Quella che attira di più la mia attenzione è una statua lignea con decorazioni dorate in posizione eretta: il contrasto fra il legno scuro e la lucentezza dorata delle decorazioni la rende particolarmente affascinante e particolare.

Terminato il giro del tempio mi accorgo che è quasi finita l’ora e mezza concordata con il nostro autista e mi affretto a raggiungere la scala per tornare al parcheggio. Riconosco subito che il consiglio di fotografare la targa del nostro mezzo è stato davvero ottimo, visto che ci sono una quantità incredibile di sonteo parcheggiati ai piedi del tempio. Identifico il mio mezzo anche grazie alla ragazza inglese della coppia che ha viaggiato con me, visto che spicca con la sua pelle chiarissima e i capelli biondi in mezzo a tutte le altre persone che brulicano lì intorno.

Percorriamo la strada del ritorno mentre sta tramontando. La luce ormai lieve del sole ci accompagna fino al rientro in città per tramontare definitivamente una volta arrivati a destinazione. Saluto i miei compagni di viaggio e auguro loro un buon proseguimento di viaggio e mi avvio felice e soddisfatta verso casa.

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