Chiang Rai – Blue Temple and Black House
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Chiang Rai – Blue Temple and Black House

Dopo aver lasciato il White Temple e esserci rifocillati con un buon pasto, ci rimettiamo in marcia, nel vero senso della parola vista la solerzia della nostra guida, alla volta del Wat Rong Seua, anche detto Blue Temple.

Questo piccolo e magnifico tempio è stato iniziato nel 2005 ed è ancora in costruzione, come si nota facilmente da alcune statue ancora grezze, in fase di decorazione. L’intera struttura e le componenti accessorie sono colorate di un blu profondo e decorate con motivi dorati. Il blu rappresenta il Dharma, la legge cosmica, ed è stato scelto come tributo al Bhudda. All’ingresso dello spazio in cui sorge il tempio si trovano due imponenti statue che rappresentano figure con volto umano e corpo di serpente. Al centro del cortile antistante il tempio c’è una bellissima fontana con delicati zampilli di acqua che partono dal centro dove, su un piedistallo, è poggiata la statua di un monaco realizzata con un materiale bianco perlaceo che risplende con la luce. Sulla testa del monaco campeggia un fiore di loto rosa aperto e corredato di faretti per illuminarlo la sera.

La facciata del Blue Temple è un tripudio di decorazioni dorate sullo sfondo blu e le forme architettoniche sono quelle classiche dello stile thailandese, con il tetto a pagoda a tre livelli, la scalinata di ingresso al tempio e le complesse decorazioni che coprono tutta la superficie esterna del tempio. La scala di ingresso è custodita da due figure di draghi mitologici con corpo di serpente, la bocca spalancata e i colori sgargianti sempre con la prevalenza del blu e del viola.

Entriamo nel tempio e anche qui il blue e le decorazioni dorate la fanno da padrone. L’effetto visivo è davvero impressionante, l’occhio è fortemente appagato dalla bellezza delle forme e dalla brillantezza dei colori. Al fondo del tempio un enorme Buddha bianco lucido, seduto nella classica posizione da meditazione e sapientemente illuminato da faretti bluastri che gli conferiscono un aspetto quasi psichedelico. Nel complesso l’impatto è davvero magnifico oltre che bizzarro e unico. All’estrno, sul retro del tempio si trova un’altra statua del Buddha, anche questa volta bianca, in piedi in posizione di benedizione.

Il Blue Temple è ancora poco conosciuto, in quanto si tratta di un’opera davvero molto recente, ma merita una visita per la sua bellezza e particolarità che vi lascerà senza dubbio soddisfatti.
Completiamo il giro intorno all’edificio principale ancora profondamente affascinate dai colori e dalla bellezza di questo tempio, quando improvvisamente veniamo richiamati all’ordine dalla guida che, con il solito fare dispotico, ci rispedisce di corsa sul minivan per raggiungere la prossima tappa, la Casa Nera.

Il tragitto per raggiungere la Black House è di circa una ventina di minuti. Arriviamo a destinazione, il nostro mezzo si parcheggia insieme agli altri numerosi minivan e la nostra frenetica guida ci fa scendere indicandoci l’ingresso. Baan Dum, che in thailandese significa appunto casa nera, è una bizzarra creazione dell’artista thailandese Thawan Duchanee, pensata volutamente come sinistro contrappunto del White Temple. In Parte studio d’arte, in parte museo e in parte casa, il Baan Dum è un eclettico mix di elementi propri della tradizione del nord della Thailandia, contaminati con alcuni concetti di design moderno. Non si tratta di una singola struttura, ma di circa 40 edifici ispirati alla trodizione e tinteggiate per lo più di nero, di diverse forme e dimensioni, posizionate attorno a un silenzioso e piacevole giardino. La maggior parte degli edifici è addobbata con pelli e ossa di animali come coccodrilli, serpenti e vari ungulati. Molti sono anche i teschi con tanto di corna che sembrano essere appartenuti a grossi cervi o simili.

La struttura principale è un grande edificio nero molto simile a un tempio, con forme tradizionali ed eleganti all’esterno, che riserva una sorpresa al suo interno: un enorme tavolo da pranzo di legno circondato da grosse sedie realizzate con corna di cervo che non starebbe affatto male come arredamento del regno di Sauron del Signore degli Anelli. Sul tavolo come runner una lunghissima pelle di serpente e tutto intorno scheletri e corna di bufalo.

I vari elementi della Baan Dum mirano in realtà a comporre l’interpretazione di Thawan Duchanee della filosofia Buddhista: la sofferenza e la caducità della vita espressi attraverso le ossa, gli scheletri e le pelli degli animani, il desiderio umano e la bramosia rappresentati invece da alcuni elementi fallici che si trovano in diversi edifici. Si tratta in ogni caso di un’opera complessa e articolata difficile da comprendere a pieno, ma che fornisce interessanti spunti di riflessine e di interpretazione a ogni visitatore, che di fatto è libero di apprezzare o meno l’opera e di rintracciare in essa dei significati più o meno profondi.

Mentre giriamo nell’area della Black House notiamo alcune bancarelle che vendono street food e decidiamo di assaggiare dei fagottini di foglie di banano ripiene di erbe e spezie. Il sapore è forte e persistente, ma la consistenza è deliziosa grazie alla foglia di banano. Decido comunque di lasciare a Simona in piacere di finire lo spiedino.

Poco distante da noi un gruppo di ragazzi in abiti tipici si stanno preparando per uno spettacolo di danza e mi incanto qualche minuto a guardarli e scattare loro qualche foto. Vengo distratta da un rumore simile a un leggero martellio e vedo poco lontano da noi alla mia destra una giovane donna intenta a massasggiare un signore utilizzanod una specie di cuneo di legno e un martelletto per schiacciarlo contro le membra del poveretto. Dalla sua faccia non sembra che questo genere di massaggio sia molto piacevole, visto che stringe i denti e quasi trattiene il respiro. Mi auguro che alla fine del trattamento almeno si sentirà meglio!

Lasciamo la Black House e veniamo nuovamente ricatapultati sul minivan alla volta del triangolo d’oro, luogo di confine fra Thailandia, Laos e Birmania. Arrivati al pier attendiamo qualche minuto la nostra barca per una breve navigazione sul Mekong e montiamo su. Il Mekong è il fiume più lungo e importante dell’Indocina e uno dei maggiori dell’Asia, undicesimo fiume più lungo del mondo e dodicesimo in termini di portata (475 km³ annui). Con una lunghezza totale stimata in 4.880 km, il Mekong parte dall’altopiano del Tibet e attraverssa la Cina, la Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam. Tristemente famoso per i fatti legati alla guerra del Vietnam, il Mekong resta ancora oggi una delle più importanti vie di comunicazione dell’Asia, nonostante la sua navigazione sia difficoltosa in alcuni periodi dell’anno a causa dei monsoni e delle piene.



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Il suo colore tendente al marrone non lascia spazio all’immaginazione in termini di qualità delle sue acque, il chè è comprensibile considerando che attraversa sei nazioni trascinando con sè detriti e chissà che altro. La guida che ci accompagna ci indica da un lato in territorio thailandese, dall’altro quello del Laos e infine quello Birmano e ci spiega che Thailandia e Birmania hanno molte caratteristiche in comune: la lingua, per esempio, molto simile fra le due nazioni. Nel nostro giro è prevista una veloce sosta in Laos per assaggiare il rhum locale e solcare il suolo laotiano. All’arrivo all’attracco del Laos veniamo accolti da una incredibile quantità di bambini che ci chiedono l’elemosina e quindi l’impatto non è dei migliori. Cerchiamo di oltrepassare questa specie di barriera di piccoli umani e ci avviciniamo a un tavolo imbandito di grosse bottiglie di rhum un po’ particolare: in ogni giara, ammollo nel rhum, ci sono serpenti, scorpioni, gechi, tartarughe. Si tratta infatti di particolari rhum aromatizzati che vengono per così dire arricchiti di questi animali, inseriti nel liquore ancora vivi, per apportare allo stesso presunte proprietà benefiche e rinvigorenti. Ci viene offerta una degustazione e scegliamo la versione con il serpente. Sinceramente il sapore è quello di un rhum cattivo, del quale si percepisce solo l’alta percentuale alcolica senza nessun aroma particolare.

Archiviata l’esperienza rhum laotiano, facciamo ancora un giro fra le bancarelle prima di risalire sulla barca per tornare in territorio thailandese. Il nostro giro termina che sono circa le 18:00 e iniziamo ad accusare un po’ di stanchezza. La nostra guida ci annuncia con tono quasi desolato che la strada per il ritorno sarà di circa 4 ore, traffico permettendo e così ci spieghiamo la fretta che ha manifestato per tutto il giorno: se avessimo perso troppo tempo e non avessimo rispettato la sua tabella di marcia, saremmo arrivati a casa davvero troppo tardi.

Il viaggio fila liscio e alle 22:00 in punto arriviamo a Chiang Mai, stanche ma soddisfatte della nostra giornata a Chiang Rai.


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      novembre 14, 2018 Rispondi

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